Scelte imprenditoriali – Diario di una giornata in redazione 10 ottobre 2008

Oggi vengo convocata per il lancio di un nuovo progetto. Si tratta di una collaborazione con un provider, una partnership che potrebbe portare, più che soldi, contatti e visibilità. Benissimo. Finalmente qualcosa si muove e soprattutto finalmente qualcuno mi chiede di fare qualcosa di preciso e partecipare a un progetto. Entro nell’ufficio e la persona che sta organizzando il nuovo servizio mi accoglie trionfante.  
Mi dice: hai sentito? Tramite il nostro network abbiamo messo in vendita un nuovo gadget elettronico, un vero gioiello. Interessante, rispondo io. E chiedo di cosa si tratti. E’ un oggetto assolutamente inutile,  ovvio. Ma la cosa interessante è il prezzo: 300 euro. Siamo dunque al di fuori di una offerta popolare, che incontra le grandi masse, che soddisferà quindi migliaia di consumatori, come i cd, i puzzle, e i mille giochi che finora sono stati messi a disposizione d qusta casa editrice. Il mio cervello non ce la a a fermarsi. E fin qui nessun problema. Il problema è invece la lingua: non riesce a stare ferma neppure quella. Dunque faccio notare che mi sembra strano che una casa editrice investa risorse per alla vendere  un oggetto, manco si fosse trasformata in un negozio di giochi. La risposta è lapidaria: "ma ti rendi conto?" dice il mio interlocutore, "siamo in un momento difficile, e tutto serve per fare cassa e parare i debiti spesi nel fare i giornali".
Sto zitta (per fortuna) e intanto elaboro la nuova informazione. E visto che domani, finalmente, avrò il  mio primo vero colloquio con il garden center presso cui ho fatto richiesta di lavoro, mi viene da fare un paragone floreal economico.
Facciamo finta che il nostro editore in realtà sia un agricoltore che decide di aprire una serra per vendere fiori. All’inizio il mercato è tranquillo. Si fanno introiti, ma non ci si arricchisce a dismisura. A un certo punto qualcosa si muove e inizia un piccolo boom. I consumatori che richiedono fiori e piante aumentano, ma purtroppo aumenta anche la concorrenza. L’agricoltore decide dunque di puntare in alto. Cerca personale qualificato, capace di rispondere anche alle domande del cliente più esperto. assume un gruppo di dipendenti che sono appassionati botanici, perché ritiene che solo così, vendendo merci ma anche contenuti, potrà avere la meglio. Tutto infatti va bene per molti anni. Poi però il mercato si fa più aggressivo. L’interesse da parte dei consumatori è sempre alto, ma c’è la crisi, e i consumi sono in  flessione. Si percepiscono evidenti variazioni. L’agricoltore ha due scelte: puntare, come hanno fatto alcuni, ancora di più sulla qualità, ampliando l’offerta di contenuti e sottolineando le sue specificità. Oppure ampliare quella delle merci, vendendo non più solo piante, ma anche altro: mobiletti, attrezzi, perfino elettrodomestici. L’agricoltore non ci sa fare molto, perché ha sempre e solo lavorato nel settore florovivaistico, ma ci prova lo stesso. Sceglie la seconda via e la trasforma pure in una autostrada. La diversificazione non basta e il suo ormai gigantesco negozio punta solo a fare cassa con qualsiasi tipo di prodotto. A questo punto i dipendenti scelti perché erano  esperti di fiori si sentono chiedere di smettere di fornire i loro preziosi consigli alla clientela, pera puntare invece alla vendita di qualsiasi oggetto. Quando protestano, gli viene detto che sono tempi di crisi e che si devono adattare. Anzi. L’agricoltore fa sapere che nella serra ci sono troppi esuberi, e che qualcuno dovrà essere licenziato. Adesso, l’importante non è affiliare un cliente spiegando che sul balcone a nord l’oleandro non può prosperare, ma vendere il gadget da 300 euro. Un’operazione semplice e pulita, che prevede solo un acquisto e una rivendita.  
Torno a me. E alla strana sensazione che ho provato quando ho visto il sorriso entusiasta dell’impiegato del settore commerciale della mia casa editrice, che mi spiegava la nuova strategia aziendale. E penso al tempo sprecato a leggere dibattiti sulle teorie dell’evoluzione umana, a vagliare notizie scientifiche per essere in grado di sgamare il pacco, da quella che vincerà il premio Nobel. Il tempo inutile che ti porta a verificare un dato, prima di metterlo nero su bianco, o a intervistare un esperto per evitare di scrivere ingenuità. E quello che ti porta individuare un problema e a non mollarlo, finchè non scopri perché c’è, chi lo ha generato, come si può fare per evitarlo. E a fare in modo che la gente, che si suppone abbia meno tempo di te per fare queste cose, possa scoprire e capire.
I tempi sono duri. Non lo avevo capito. E in questo momento non c’è tempo per i fronzoli. Vendere noon costa fatica, tranne quella del trasferimento della merce. Quasi quasi apro un account su e-bay. Chissà che il mio editore, se scopre che so vendere bene, non mi dia un aumento di stipendio.

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